La biblioteca ducale dei Savoia, antesignana dell’attuale biblioteca nazionale, cominciò a originarsi nel XIII su iniziativa del conte Pietro II di Savoia che, amante delle arti, commissionò a scrittori e miniatori la riproduzione di testi di difficile reperimento, andando a formare quella che per l’epoca fu una delle più importanti raccolte manoscritte d’Europa. I suoi successori implementarono ulteriormente la collezione dinastica tramite acquisizioni librarie e la commissione di varie opere; un impulso fondamentale si ebbe con Amedeo VIII, primo a fregiarsi del titolo di Duca: sotto il suo governo la biblioteca, all’epoca ancora itinerante, superò le 100 unità codicologiche e si dotò del suo primo inventario, risalente al 1431.
La collezione si arricchì ulteriormente nel XIV secolo grazie a donazioni, requisizioni e lasciti ereditari, che si affiancavano alle acquisizioni: tra i volumi più importanti, spiccavano manoscritti del ‘300/’400 in lingua francese ed incunaboli splendidamente miniati.
La nascita della stampa favorì l’ulteriore crescita del patrimonio della biblioteca, ed un nuovo inventario del 1498 quantificò il posseduto della libreria ducale in 311 libri manoscritti o a stampa.
Fu però grazie al duca Emanuele Filiberto che, sulla falsariga di un riassetto amministrativo e culturale del ducato, verso la metà del ‘500 i volumi furono effettivamente organizzati in una biblioteca, il cui primo responsabile fu Ludovico Nasi. In questi anni la diffusione sempre più ampia della stampa e i molteplici interessi culturali di Emanuele Filiberto favorirono l’accrescimento delle raccolte con testi di ambito giuridico, medico, militare e scientifico. A questo periodo risale il progetto, monumentale ma rimasto incompiuto, per la realizzazione di un “Teatro di tutte le scienze e le arti”, un’enciclopedia del sapere per la quale furono comprati numerosi libri in tutta Europa.
Col successore Carlo Emanuele I la biblioteca raggiunse ad inizio ‘600 il suo massimo splendore, avendo sede presso la Grande Galleria, una manica di collegamento tra l’attuale Palazzo Reale di Torino e Palazzo Madama; furono acquisiti fondi e collezioni di rilievo, come la libreria del cardinale Domenico della Rovere e i manoscritti dell’abbazia di Staffarda, arrivando così a comprendere più di 10 000 volumi.
I successori di Carlo Emanuele I non manifestarono gli stessi interessi culturali dei loro predecessori, e così nella seconda metà del XVII secolo la biblioteca ducale andò incontro ad una fase di decadenza e trascuratezza accentuata dall’incendio del 1667. Sebbene la maggior parte dei volumi fu salvata, questi vennero chiusi in varie scatole e lasciati in stato di abbandono per più di 30 anni. Solo nel 1713 il nuovo bibliotecario Filiberto Maria Machet si adoperò per recuperare i libri e ripristinare la funzionalità della biblioteca. Allo scopo di garantirne una miglior conservazione e valorizzazione, nel 1723 il duca Vittorio Amedeo di Savoia ne dispose l’unione con le raccolte della regia università e quelle del comune, formando il primo nucleo della Regia Biblioteca Universitaria, da cui discende la moderna Biblioteca Nazionale.
